PREFAZIONE DI -Antonio & Pupi Avati

 

Il sogno di Dèan

Il Peso dei Sogni.

La mia intera vita, ora, si basa sulla certezza che la solitudine - lungi dall’essere un fenomeno raro e curioso - è il fatto centrale e inevitabile dell’esistenza umana”.  
Thomas Wolfe; God’s Lonely Man.

Parlare del romanzo di Abiel Mingarelli è come raccontare di un sogno che si è d’improvviso interrotto, straripante di malinconia, perso per sempre nel mattutino torpore del risveglio, alle prime luci di un' alba livida. Una storia che si dispiega davanti a noi, Il Sogno di Dèan, con tutta la sua carica emozionale: pagine che sono inevitabili tappe di pura sofferenza e inquietudine, personaggi ricchi di sfumature e dalle psicologie complesse, tutti affannati nel cercare una loro dimensione, un scampolo di sole, nel cielo bigio che avvolge Lake George e rende più fitto e oscuro il suo circostante bosco. Si ambienta negli Stati Uniti, nello Stato di New York in una sorta di grande e tentacolare provincia, questo dolente racconto di formazione: la storia di un ragazzo che sogna di ricongiungersi col padre, sparito in circostanze misteriose in seguito ad un’infamante accusa di duplice omicidio. Così Dèan Bass si ritrova a gironzolare per stradine e campagne, all’inizio dell’afosa estate del ‘95, tenendosi ben lontano da quella scuola frequentata malvolentieri, accompagnandosi a due amici chiassosi e stralunati, al pallone da basket mezzo sgonfio e ai pensieri di giornate trascorse compilando il suo diario segreto, componendo intime poesie che mai a nessuno avrebbe fatto leggere. In queste giornate sempre uguali, nel purgatorio di un’adolescenza che sembra non avere fine, è il peso dei sogni, sedimentati nella coscienza al pari dei ricordi ed a loro pericolosamente contigui, a spingere il ragazzo nell’affannosa, pericolosa, ricerca di quel padre che mai conobbe. Nel vivere, pur di crescere, quella disgraziata condizione da perenne inseguitore che è poi, insieme al suo, il destino rio dell’America e l’Occidente tutto. Terre, vicende e vite, accomunate ancora una volta da quell’incolmabile senso di orfanezza che strazia e permea i nostri tempi, da quelle piaghe indotte da un consumismo sfrenato e devastante: l’aver definitivamente rinunciato ai legami vincolanti della famiglia e all’ultraterreno, al sacro trascendente, per poter affermare a muso duro una libertà individuale gravosa, sterile figliastra di una disperata solitudine esistenziale. Piccolo apologo morale a tinte fosche, il romanzo di Mingarelli, una storia alla Tom Sawyer con risvolti particolarmente amari, è composto da tante piccole ed acuminate visioni dalla silenziosa catastrofe dei nostri giorni. Istantanee sbiadite, fotogrammi dispersi, di una cittadina di provincia e del suo bosco misterioso – metafora fantastica, gotica, degna di quelle fiabe nere provenienti dalla profondità del sangue e dall’angoscia –  entrambi abitati da uomini interni in se stessi, che vivono il loro sordo dolore rintanati in casa o nascosti in isolati rifugi, lontani dalla vita ma così vicini al loro passato, ai cadaveri dei loro sogni. Il viaggio di Dèan valica i confini del razionale, approda a conclusioni dolorose quanto ineluttabili, è il cammino nel cuore pulsante del sogno, nel centro sanguinante e vitale della disperazione, sullo sfondo di un “grande nulla” che confonde e accomuna i paesaggi ai protagonisti, gli avvenimenti e i colpi di scena, i colpevoli e gli innocenti. 

Colpisce per chiarezza, per semplicità, per una trama duttile dal taglio squisitamente cinematografico, vagamente imparentata con un minimalismo, asciutto e affilato al contempo, che in letteratura è generato da una matrice prettamente americana. Intraprendere la lettura del romanzo di Mingarelli, assieme al viaggio sentimentale e perturbante del suo protagonista, significa abbandonarsi ad un iter dove tutto è fatidico, percorrere un sentiero accidentato simile alla via per il labirinto delle nostre esistenze, dove ognuno teme ed insieme spera di incontrare il suo Minotauro. Rimane sospeso a mezz’aria, per un attimo libero dalle costrizioni narrative del tempo e dello spazio, quel desiderio immotivato di poter ritrovare il sorriso, l’abbraccio del padre. Al di là della verità, oltre la comune concezione del bene e del male, nel sogno intenso e gravoso di poter recuperare un affetto perduto ed essenziale, con la speranza di non perderlo una volta di più.   
L’esistenza di Dèan approda, nello sconvolgente finale di questa storia, alla consapevolezza di un fato che non si lascia dominare dall’uomo. Alla realizzazione di un sogno che, realizzandosi in un piccolo istante, gli permetterà di ritrovare se stesso e di non smarrire mai più la via, di ritornare dal bosco con la forza sovrumana della disperazione. Ed è così, senza mai smarrire il sentiero per uscire dall’oscura selva, dopo l’incanto, il turbamento e la redenzione, che la vita riprende mesta a Lake George, di giorno in giorno, rinnovandosi nel tempo che fu di crescere, come di soffrire e morire.      

 

Antonio & Pupi Avati

 

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